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sabato 7 aprile 2012

e adesso bruciateci tutti


I veri Presìdi siamo noi.
Fango annerito là dove prima c’era un prato in cui fermarsi a parlare. Cenere e scheletri metallici là dove prima c’era uno spazio coperto in cui studiare dati, esaminare problemi, interrogarsi su un’opera che malgrado tutto e tutti continua a non convincere. Ma anche quattro mura e un tetto sotto cui accogliere amici, cucinare polenta, bere un bicchiere, scambiarsi la ricetta del tiramisù, leggere un libro, fare due giri a maglia e nel frattempo guardare lontano per disegnare un futuro a bassa velocità e ad alta qualità.
Questo era il Presidio di Borgone, il padre di tutti i Presìdi valsusini. Questo era il Presidio di Bruzolo, il secondogenito, nato sotto il sole dell’estate 2005. Questo è lo storico Presidio di Venaus. Questi sono i neonati o i risorti Presìdi di queste ultime settimane.  Questo, ma non solo. Perché  questi Presìdi sono diventati in questi lunghi anni luoghi-simbolo non solo di una pacifica lotta, punto di incontro di una comunità ritrovata, casa di gente che si è riscoperta “cittadino”, ma anche luoghi-simbolo di una democrazia da presidiare e da difendere giorno per giorno.
Ecco perché suscita indignazione l’incendio e provoca dolore la vista di quella distruzione. Ma ciò che sfugge a quegli individui, che usano come sempre la notte per nascondere il volto e per colpire quanti al contrario hanno sempre proclamato le proprie ragioni alla luce del sole e a viso scoperto, è che il simbolo esiste solo là dove esiste qualcuno capace di farlo essere. Qualcuno capace di  dare sostanza, braccia, mani, cuore, anima e cervello a quel simbolo. A quel luogo-simbolo, che altrimenti sarebbe luogo vuoto e inutile. Sfugge a chi usa il linguaggio vile della intimidazione e dello sfregio,  che i veri Presìdi non sono fatti di quattro mura. I veri presidi sono le persone che fino ad oggi li hanno fatti esistere e che continuano ad esserci, anche senza quelle mura.
Dunque, adesso, bruciateci tutti.

Barbara Debernardi

mercoledì 26 ottobre 2011

Genealogie femministe: scacco al re

Questo testo è nato da una discussione tra il collettivo Diversamente occupate e Federica Giardini, nell'ambito di un percorso più ampio di riflessione e lavoro comune tra il collettivo e la redazione di DWF a cura di Angela Lambroglia 

Negli Stati Uniti diversi saggi e interventi hanno individuato nella rottura generazionale la radice dei problemi del femminismo e anche in Italia è presente l'idea che l'andamento altalenante del movimento delle donne dipenda da una difficile trasmissione, se non proprio da un conflitto tra donne appartenenti a generazioni diverse. Partiamo innanzitutto dal presupposto che le due realtà, quella statunitense e quella italiana, sono molto diverse tra loro e le diagnosi non potranno quindi che risentire delle diverse impostazioni e scelte assunte dai movimenti femministi nei due paesi. Vorremmo provare a capire se in Italia il difficile rapporto tra generazioni di donne sia segnato da un vero e proprio conflitto o se da rotture, interruzioni, distanze, che hanno forme e ragioni diverse. La rappresentazione dello stato delle cose che ci viene dagli Usa parla di una battaglia generazionale in corso (vedi articolo di Susan Faludi apparso su Internazionale, n. 12/18 novembre 2010, con il titolo La liberazione delle figlie), che ruota attorno ad una serie di recriminazioni delle più giovani nei confronti delle più grandi. Tra queste il maggiore sostegno ricevuto nel fare carriera nel mondo lavorativo da parte degli uomini, piuttosto che dalle donne, la sfiducia nella capacità di
rappresentanza politica da parte delle donne, l’inattualità delle tematiche del femminismo storico.
Proviamo ad esaminare queste posizioni con riferimento all'Italia. Nella nostra esperienza il rapporto con superiori di sesso femminile è stato nella maggior parte dei casi di complicità e alleanza e comunque di supporto, un dato quindi significativamente diverso da quello riportato dalle giovani statunitensi. C'è comunque da considerare quali sono i riferimenti e i modelli che una giovane donna tiene presente nella ricerca di realizzazione di sé; per quello che ci riguarda non abbiamo forse cercato il sostegno di donne leader cui affidarci per ottenere un maggiore o più rapido successo lavorativo e di vita in generale, ma piuttosto di donne che si sono smarcate, o hanno cercato di smarcarsi, dai meccanismi della presa del potere e la cui autorevolezza è manifesta a prescindere dal ruolo che ricoprono nell'impresa o nell'istituzione in cui operano.

sabato 9 luglio 2011

Informare davvero! "Se non ora quando"?

Pochi giorni fa riceviamo da Barbara in copia una lettera indirizzata ai direttori delle testate nazionali del Corriere della Sera, di Repubblica, de La Stampa, delle Reti Fininvest, delle 3 Reti Rai (leggi lettera). “Offesa, furibonda e inferocita” si dice Barbara Debernardi, e ancora “oltraggiata, sbeffeggiata e ferita”.
La sera di domenica 3 luglio, al ritorno dalla manifestazione nazionale contro il Tav in Valle di Susa, sui titoli dei giornali nazionali si legge soltanto “Si scrive No Tav, si legge BR”, “Assalto alla Tav, 188 agenti feriti. I black bloc contro il cantiere. Napolitano: violenza eversiva”, “Armati, addestrati e militarizzati. Ecco chi sono i nuovi black bloc. In Val di Susa erano oltre 300: arrivano da tutta Europa”.
E ancora “Via donne e bambini, sarà l’inferno. E nei boschi scoppia la guerriglia”. Ma nei boschi si giura che ci fossero donne, bambini e anche anziani. Nei giorni successivi lo stile non cambia.
“Scontri, la linea dura di Maroni. In Val di Susa tentato omicidio”. Dove sono finite le 70mila persone, autoconvocatesi con appena 5 giorni di preavviso, in marcia per ore sotto al sole? Gente con cui anche io ho parlato, discusso, condiviso, a cui ho chiesto indicazioni. Per non dire della parola mancata sulle documentate ragioni ambientali, economiche, sociali e morali che da 20 anni fanno scendere in piazza una Valle intera: “chi si è preoccupato di raccontarle? I 23 Sindaci in fascia tricolore che aprivano il corteo con quale colpo di bacchetta magica sono stati fatti sparire dalle inquadrature televisive e dai titoli della carta stampata? Il copione per tutti uguale, a cui i media si sono rigorosamente attenuti, costruito a tavolino già nei giorni precedenti alla manifestazione, chi lo ha scritto?”.
Una fiaccolata a Torino, organizzata in due giorni, ha riempito l’intera via Po, ma il TG3 Regione si dimentica di dare la notizia e La Stampa di Torino si dimentica di parlarne in cronaca nazionale, mentre sulla cronaca locale in prima pagina il titolo è questo: “Maroni: in Valsusa 1500 pronti a uccidere. Il ministro: sono una nuova versione del terrorismo”.
Ma a Siena oggi (9 luglio) continua la marcia delle “donne del 13 Febbraio”, quelle che chiedono un paese più giusto, a misura della dignità femminile, della dignità di tutti, quelle del "Se non ora quando". Alcune delle promotrici di questi incontri sono giornaliste di queste testate nazionali.
A loro vogliamo chiedere di parlare e impegnarsi anche per la dignità dei loro luoghi di lavoro, affinché l’informazione sia corretta, trasparente. Che vi sia deontologia professionale, onestà intellettuale, dovere di cronaca, servizio al cittadino e alla cittadina, libertà di stampa e, non ultimo, l’articolo 21 della Costituzione italiana “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure … “.


Roberta

mercoledì 6 luglio 2011

Voci di donne per la Val di Susa

Come Diversamente Occupate crediamo che ormai sia innegabile che le differenti lotte sparse per tutta Italia abbiano in realtà un nodo stretto che le lega l’una all’altra: a partire da questa convinzione abbiamo cercato uno scambio con le donne della No-Tav. Una di noi ha raggiunto il corteo della Valle per incontrare le donne e gli uomini del movimento. Per questo post vorremmo pubblicare brevi parti del nostro inteso scambio con una donna del movimento, Barbara Debernardi, che è secondo noi una voce autorevole sui fatti della manifestazione del 3 Luglio nella Valle di Susa contro il progetto della linea ad alta velocità Torino-Lione.

Care Barbara e Maria,

scriviamo a voi perché possiate portare la nostra voce anche alle altre donne che nella Valle di Susa sono impegnate con voi in questa battaglia per la dignità della vita.
Siamo un collettivo di ragazze "diversamente occupate" di Roma che collabora da qualche anno a partire dalla questione del lavoro per risalire a tutto ciò che rientra nell'ordine di una vita dignitosa, mossa da e corrispondente al desiderio. Inutile dire che siamo vicine alla vostra lotta.

Quello che vorremmo che ci raccontaste, oltre a ciò che spontaneamente vorrete dirci, è cosa secondo voi ne va del movimento NoTav per tutte le altre lotte che in Italia si stanno combattendo, e vorremmo che a farlo foste voi donne, perché pensiamo che il femminile abbia contribuito non poco a questa rivoluzione politica.

Un abbraccio,
Roberta (e le Diversamente Occupate)

venerdì 17 giugno 2011

Cos’è quell’aria da referendum?

Noi siamo noi! Questa è la risposta che si deve dare a chi si interroga su chi faccia parte di quel 57% di italiani che si sono recati alle urne. Sono troppo giovane (politicamente e biologicamente) per ricordare gioie politiche grandi come quella di lunedì scorso, eppure quel che va detto è che certo non si tratta di un risveglio improvviso delle coscienze degli italiani: anzi, piccoli e grandi assaggi di questo 12 e 13 Giugno si erano già divorati.
Quel che si è espresso in questo Referendum non è sintetizzabile attraverso numeri e dati, né in soggettività facilmente identificabili, ma si compone di innumerevoli identità e differenze che da almeno due anni (e in molti casi molti di più) si incontrano nelle università, nelle sedi dei comitati, nei centri sociali, in case private, in giardini pubblici, nelle case delle donne, nelle valli, in montagna e nelle piazze. Un’onda lunga che ha condiviso riflessioni politiche insieme alle più disparate invenzioni quotidiane, costanti e faticose, che hanno chiamato a partecipare a questo grande lavoro comune ancora un altro, ancora un’altra. Le piazze per il sapere bene comune, per l’istruzione pubblica, le piazze delle donne, quelle dei precari e delle precarie, quelle contro il nucleare, quelle degli operai di Finmeccanica e Fiat, non sono episodi sporadici di aggregazioni spontanee, ma si tratta di un unico grande lavoro variegato, di un lavoro nuovo.
Dietro alla vittoria del Referendum, e dietro a ogni manifestazione che la piazza ha accolto negli ultimi tre anni almeno, c’è un lavoro altro, che si sottrae alle equivalenze retributive e si apre invece all’eccedenza delle vite. Le chitarre e i canti nelle metropolitane, i banchetti per la raccolta firme nelle strade, le iniziative sparse nelle università, i gruppi di lavoro comune (laboratori, collettivi, reti, comitati), l’invasione dei mercati, le sculture di carta pesta, gli spettacoli teatrali, i concerti, gli attacchinaggi notturni, raccontano di un lavoro che non si piega alla divisione delle mansioni, ma che rende partecipi ciascuno e ciascuna attraverso i talenti e le competenze in un grande fare comune, di cui si è parte costitutiva e modificante. Un lavoro comune che ha rotto la divisione tra chi si applica in un lavoro materiale e chi in uno immateriale, un processo che si compone di relazioni, del mettersi a disposizione del comune e del ricevere indietro il comune stesso.