Qui il PROGRAMMA della GIORNATA
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lunedì 30 aprile 2012
giovedì 3 maggio, diversamente occupate alla Scuola 'Oltre la Crescita'
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martedì 27 marzo 2012
Inclusione, conciliazione e condivisione. Il pasticcio al femminile di Fornero
Circola in queste ore la relazione di Fornero sulla riforma del mercato del lavoro. E’ solo una relazione, non il testo di legge, ma già smaschera il trucco di quella che doveva essere la rivoluzione che parlava ai giovani e alle donne. A loro, le donne, Fornero dedica un intero paragrafo: Interventi per una maggiore inclusione delle donne nella vita economica. Ergo, la vita economica di questo paese passa per il lavoro, e le donne, ancora una volta, vanno “tutelate”, “incluse”. Vediamo come, secondo Fornero & co.
Il governo intende “favorire una cultura di maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli all’intero della coppia”. Finalmente si parla di condivisione. Eh sì, Fornero introduce, a grande richiesta, il congedo di paternità obbligatorio. Una rivoluzione? No, il trucco è svelato due righe dopo, e la conciliazione torna prepotente nel paese delle donne che si sostituiscono al welfare: “In particolare, il congedo di paternità obbligatorio è riconosciuto al padre lavoratore entro 5 mesi dalla nascita del figlio e per un periodo pari a tre giorni continuativi”. Tre giorni? Ma è uno scherzo? Anche le pari opportunità, tutte, stanno rabbrividendo! Di che tipo di condivisione si tratta quella che si può sbrigare in tre giorni? Nessuna, tranquille! I tecnici non fanno rivoluzioni, prendono lo stato delle cose, lo girano, lo rigirano, lo nascondono, valutano i costi, una telefonata alla troika una al presidente della repubblica, e poi lo ripropongono travestito da novità. E allora ecco che la conciliazione, quella delle donne con la loro vita e il loro lavoro, un problema tutto femminile insomma, ritorna con i “voucher per la prestazione di servizi di baby-sitting. Le neo mamme avranno diritto di chiedere la corresponsione di detti voucher dalla fine della maternità obbligatoria per gli 11 mesi successivi in alternativa all’utilizzo del periodo di congedo facoltativo per maternità. Il voucher è erogato dall’INPS. Tale cifra sarà modulata in base ai parametri ISEE della famiglia”. Vale a dire, mamme, se volete rimanere a casa e godere del congedo di maternità facoltativo il bambino ve lo crescete voi, se invece volete tornare al lavoro, ve lo crescete voi comunque, aiutate da una baby-sitter convenzionata. Sarebbe questa la cultura di maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli all’interno della coppia? Una cultura che si forma e si dipana in tre giorni? Eh, ma sono continuativi, 72 ore di seguito in cui i padri sono obbligati a fare i padri. E poi, di quali padri parliamo? Dei nostri compagni, dei nostri fratelli? No, perchè ancora una volta i padri precari ne restano esclusi. Vabbè, a loro il lusso di sostituirsi tre giorni alla compagna non è concesso, dovessero montarsi la testa! Sono questi gli strumenti per invertire la rotta dell’ “esclusione” femminile dal mercato del lavoro? Li avrà visti Fornero i dati dei ritorni al lavoro delle donne dopo la maternità? Lo saprà che solo 4 su 10 tornano sul mercato? E pensa forse che concedere l’obbligo ai padri di rimanere a casa tre giorni possa spingere gli uomini ad abbandonare il fantasma del “i soldi a casa li porto io”? Certamente no! Non lo pensa, non può pensarlo. Ma del resto il compito è svolto: conservare lo stato delle cose facendocela bere come rivoluzione! E poi, quando avrà tempo, si dedicherà anche alla sua delega alle pari opportunità, ma senza fretta, perché tanto su una cultura sessuata del mondo non si fanno mica soldi! Eppure il paese potrebbe cambiare davvero: la tenuta economica di questo paese passa per le donne e la vera rivoluzione sarebbe farsene carico tutti. Detta nei termini della ministra: Interventi per l’inclusione di tutti nella vita economica del Paese.
sabato 24 marzo 2012
Giornata di studi Iaph Italia - Lavoro o no? Crisi dell'Europa e nuovi paradigmi della cittadinanza. I materiali
Leggi e ascolta i materiali
Introduzione di Teresa Di Martino
Perché una giornata di studio promossa dalla redazione Iaph Italia sui temi del lavoro? Perché ce lo dettano il contesto di crisi, economico-finanziaria, democratica, di cittadinanza e la politica nazionale ed europea? Non solo. Perché pensare al lavoro a partire dalla filosofia (vedi Federica Giardini) significa prendere le distanze dalle urgenze e dalle emergenze del presente, significa prendersi il tempo di pensare al rapporto tra donne e lavoro al di là delle retoriche contemporanee sull’inclusione, al di là del gioco di avanzamenti e arretramenti di cui le donne sono protagoniste nel nostro tempo, valorizzando le pratiche e le lotte che ci vedono “vive” nella politica del quotidiano. Un pensiero filosofico sul lavoro irrompe e scardina la prospettiva economico-produttiva, permette di pensare a nuove categorie e nuovi paradigmi e di nominare gli spazi di libertà di quelle pratiche che già esistono ma sono invisibili, perché poco interrogate e quasi mai nominate, e che parlano di un nuovo modo di stare al mondo, di una nuova cittadinanza. Tenendoci a debita distanza dalla trappola della crisi che impone un pensiero del possibile distraendo forze ed energie dal pensare l’impensato, costruire immaginario.
Intervento a cura di Angela Lamboglia e Roberta Paoletti
Diversi piani nell'esperienza del lavoro
Come presupposto del mio ragionamento vorrei riprendere la parte finale dell'intervento di Federica Giardini sui diversi elementi di cui è fatto il lavoro. Il passaggio fondamentale in Diversamente Occupate è stato proprio il riconoscere quali fossero piani in gioco all'interno della nostra esperienza del lavoro: bisogno economico; ricerca di status, di una collocazione; desiderio di espressione e realizzazione; infine lavoro come spazio residuo di relazione e socializzazione in assenza di una dimensione pubblica diffusa. Leggi tutto
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martedì 21 febbraio 2012
Se il corpo delle donne è impedimento. Succede in Rai
In un recente incontro con la segretaria Cgil Susanna Camusso le abbiamo chiesto cosa significa sedersi ad un tavolo di trattative così importante come quello della riforma del mercato del lavoro insieme ad altre due donne ai vertici. Siamo convinte, e le nostre ministre lo dimostrano, che non basta essere donne per governare diversamente. E non ci sono solo loro a dimostrarlo.
E’ di ieri la denuncia della rete di giornalisti precari Errori di stampa sulla "clausola di gravidanza" inserita nei contratti Rai, con una richiesta diretta alla direttrice generale Lorenza Lei di cancellare una discriminazione che penalizza le giornaliste precarie, già discriminate per le finte partita iva, per i contratti che escludono i diritti, mettendo ancora una volta le donne di fronte all’aut aut tra vita e lavoro, annientando di nuovo l’autodeterminazione femminile in un sistema lavorativo patriarcale, anche con le donne ai vertici, tentando ancora una volta di mettere a tacere i corpi, e non solo quelli delle donne, quelli di tutti.
Come è potuto succedere?La Rai è il servizio pubblico, per di più con un direttore generale donna, che non può difendersi dichiarando che in Rai nessuna donna è mai stata discriminata per la maternità. Non basta dire che “onde evitare inutili strumentalizzazioni ad ulteriore testimonianza che la clausola in contestazione non ha il rilievo che le viene attribuito la Direzione Generale non ha alcuna difficoltà a toglierla dai contratti per una diversa formulazione che non urti suscettibilità fatta salva la normativa vigente che non è nella disponibilità della Rai poter cambiare", se il contratto prevede una clausola che parla di rescissione del contratto in caso “di malattia, infortunio, gravidanza, causa di forza maggiore od altre cause di impedimento insorte durante l’esecuzione del contratto”. Impedimento?
Messo nero su bianco: il corpo delle donne, il corpo fertile, è di impedimento al sistema del lavoro in Rai. I nodi vengono al pettine, alla fine. Quando è per far alzare gli ascolti è benvenuto, quando è per autodeterminazione è un impedimento. Ebbene sì,la Rai ha urtato la suscettibilità di tutti e ha scritto con l’inchiostro la negazione dei diritti.
E’ di ieri la denuncia della rete di giornalisti precari Errori di stampa sulla "clausola di gravidanza" inserita nei contratti Rai, con una richiesta diretta alla direttrice generale Lorenza Lei di cancellare una discriminazione che penalizza le giornaliste precarie, già discriminate per le finte partita iva, per i contratti che escludono i diritti, mettendo ancora una volta le donne di fronte all’aut aut tra vita e lavoro, annientando di nuovo l’autodeterminazione femminile in un sistema lavorativo patriarcale, anche con le donne ai vertici, tentando ancora una volta di mettere a tacere i corpi, e non solo quelli delle donne, quelli di tutti.
Come è potuto succedere?
Messo nero su bianco: il corpo delle donne, il corpo fertile, è di impedimento al sistema del lavoro in Rai. I nodi vengono al pettine, alla fine. Quando è per far alzare gli ascolti è benvenuto, quando è per autodeterminazione è un impedimento. Ebbene sì,
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domenica 6 novembre 2011
Per una teoria femminista del lavoro
Adriana Nannicini e Sandra Burchi
Abbiamo una teoria femminista sul lavoro? Mentre questa domanda rimaneva nell’aria, il racconto delle esperienze, la presentazione dei problemi aperti dal presente, la ricognizioni dei pensieri già in uso nel movimento delle donne – nelle sue scansioni genealogiche dalla cultura dell’emancipazione a quella del femminismo degli anni Settanta e nella relazione con le donne del sindacato –, confermavano l’urgenza e il desiderio di un “salto teorico”, di un andare oltre, di rinnovare i paradigmi con cui pensiamo e viviamo il lavoro.
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Abbiamo una teoria femminista sul lavoro? Mentre questa domanda rimaneva nell’aria, il racconto delle esperienze, la presentazione dei problemi aperti dal presente, la ricognizioni dei pensieri già in uso nel movimento delle donne – nelle sue scansioni genealogiche dalla cultura dell’emancipazione a quella del femminismo degli anni Settanta e nella relazione con le donne del sindacato –, confermavano l’urgenza e il desiderio di un “salto teorico”, di un andare oltre, di rinnovare i paradigmi con cui pensiamo e viviamo il lavoro.
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Diversamente occupate, un anno dopo
Torniamo al lavoro sul lavoro. E lo facciamo dopo i due numeri dello scorso anno “Diversamente occupate” e “Lavoro. Se e solo se”, dopo numerosi incontri in varie città d’Italia con altre donne, in un percorso che ci ha viste e ci vede tuttora coinvolte come interlocutrici di un pensiero. E lo facciamo ripercorrendo proprio quel percorso, per restituirlo a noi stesse e perché diventi traccia del lavoro di relazione e pensiero dell’esperienza che abbiamo fatto nostro. È stato proprio il pensiero dell’esperienza a condurci, senza una chiara consapevolezza iniziale, dritte al tema del lavoro. La mia tesi sulla femminilizzazione del lavoro ha dato le coordinate del già pensato ad un discorso che era nostro, nel senso dell’esperienza. I primi incontri con le donne della redazione di questa rivista si concludevano immancabilmente con le nostre narrazioni e riflessioni sul lavoro – una viva insoddisfazione nei confronti di quel mondo – e lo sconcerto delle più grandi sulla centralità del tema. Le scelte di Angela ed Eleonora di lasciare un posto di lavoro ben avviato “alla carriera” e sicuro, per resistenza ad un mercato che chiedeva loro disponibilità di tempo ed energie permanente, era la chiara dimostrazione, sì della loro forza, ma anche dell’insofferenza che molte di noi mostravano verso un mondo del lavoro che non tiene conto dei nostri desideri, dei nostri tempi, dei nostri corpi. La voglia di saperne di più, di scoprire le esperienze delle altre, di conoscerne i desideri, si sono incontrate con la voglia delle donne più grandi di capire cosa fosse cambiato nella vita delle donne, perché le loro narrazioni si concentrassero su un tema – il lavoro – che nel femminismo degli anni Settanta non sembrava aver avuto la stessa urgenza. Paola Masi e Patrizia Cacioli hanno scommesso sulle nostre capacità di individuazione e ricerca di senso di un tema che poteva essere affrontato da più parti e ci hanno messe alla prova con un atto di fiducia che ci ha rese più forti e ci ha dato la possibilità di vivere un rapporto intergenerazionale che è stato conflitto e trasmissione allo stesso tempo. È iniziato così un ricco periodo di confronto, con le donne più grandi e tra noi, che avrebbe portato alla stesura di due numeri di DWF dedicati al lavoro, alla nascita di diversamente occupate come soggetto politico, all’incontro con altre donne.
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lunedì 17 ottobre 2011
Libere di lavorare. Anteprima Congresso UDI, Bologna, 15 ottobre 2011
Intervento di Teresa Di Martino
Diversamente Occupate è un collettivo femminista romano che nasce in seguito ad un lavoro sul lavoro che ha visto me e le mie compagne insieme per i due numeri di DWF del 2010, Diversamente Occupate e Lavoro. Se e solo se. Lavoro proseguito con una serie di incontri con realtà femministe in diverse città italiane, tra cui l’UDI, e si è infine aperto al confronto con realtà miste, entrando a far parte del comitato promotore della manifestazione contro la precarietà del 9 aprile scorso.
Diversamente Occupate è un collettivo femminista romano che nasce in seguito ad un lavoro sul lavoro che ha visto me e le mie compagne insieme per i due numeri di DWF del 2010, Diversamente Occupate e Lavoro. Se e solo se. Lavoro proseguito con una serie di incontri con realtà femministe in diverse città italiane, tra cui l’UDI, e si è infine aperto al confronto con realtà miste, entrando a far parte del comitato promotore della manifestazione contro la precarietà del 9 aprile scorso.
Lo scambio con altre e altri ha confermato quello a cui noi avevamo provato, con i due numeri di Dwf, a dare parola. L'impossibilità di ridurre la questione del lavoro al dibattito sulla precarietà, ad un problema generazionale, all'assenza di prospettive di stabilizzazione esistenziale, occupazionale ed economica, che comunque ci sono e che viviamo sulla nostra pelle. Per noi è diventata sempre più evidente l'impossibilità di porre come dimensione entro cui collocare le nostre lotte qualsiasi disegno di riforma che lasciasse inalterata l'attuale concezione della vita produttiva, dei corpi asserviti alla produzione e al consumo, in una disponibilità permanente che ci priva della dimensione del comune, di quella dimensione collettiva di cui le donne venute prima di noi hanno fatto tesoro.
sabato 9 luglio 2011
Informare davvero! "Se non ora quando"?
Pochi giorni fa riceviamo da Barbara in copia una lettera indirizzata ai direttori delle testate nazionali del Corriere della Sera, di Repubblica, de La Stampa, delle Reti Fininvest, delle 3 Reti Rai (leggi lettera). “Offesa, furibonda e inferocita” si dice Barbara Debernardi, e ancora “oltraggiata, sbeffeggiata e ferita”.
La sera di domenica 3 luglio, al ritorno dalla manifestazione nazionale contro il Tav in Valle di Susa, sui titoli dei giornali nazionali si legge soltanto “Si scrive No Tav, si legge BR”, “Assalto alla Tav, 188 agenti feriti. I black bloc contro il cantiere. Napolitano: violenza eversiva”, “Armati, addestrati e militarizzati. Ecco chi sono i nuovi black bloc. In Val di Susa erano oltre 300: arrivano da tutta Europa”.
E ancora “Via donne e bambini, sarà l’inferno. E nei boschi scoppia la guerriglia”. Ma nei boschi si giura che ci fossero donne, bambini e anche anziani. Nei giorni successivi lo stile non cambia.
“Scontri, la linea dura di Maroni. In Val di Susa tentato omicidio”. Dove sono finite le 70mila persone, autoconvocatesi con appena 5 giorni di preavviso, in marcia per ore sotto al sole? Gente con cui anche io ho parlato, discusso, condiviso, a cui ho chiesto indicazioni. Per non dire della parola mancata sulle documentate ragioni ambientali, economiche, sociali e morali che da 20 anni fanno scendere in piazza una Valle intera: “chi si è preoccupato di raccontarle? I 23 Sindaci in fascia tricolore che aprivano il corteo con quale colpo di bacchetta magica sono stati fatti sparire dalle inquadrature televisive e dai titoli della carta stampata? Il copione per tutti uguale, a cui i media si sono rigorosamente attenuti, costruito a tavolino già nei giorni precedenti alla manifestazione, chi lo ha scritto?”.
“Scontri, la linea dura di Maroni. In Val di Susa tentato omicidio”. Dove sono finite le 70mila persone, autoconvocatesi con appena 5 giorni di preavviso, in marcia per ore sotto al sole? Gente con cui anche io ho parlato, discusso, condiviso, a cui ho chiesto indicazioni. Per non dire della parola mancata sulle documentate ragioni ambientali, economiche, sociali e morali che da 20 anni fanno scendere in piazza una Valle intera: “chi si è preoccupato di raccontarle? I 23 Sindaci in fascia tricolore che aprivano il corteo con quale colpo di bacchetta magica sono stati fatti sparire dalle inquadrature televisive e dai titoli della carta stampata? Il copione per tutti uguale, a cui i media si sono rigorosamente attenuti, costruito a tavolino già nei giorni precedenti alla manifestazione, chi lo ha scritto?”.
Una fiaccolata a Torino, organizzata in due giorni, ha riempito l’intera via Po, ma il TG3 Regione si dimentica di dare la notizia e La Stampa di Torino si dimentica di parlarne in cronaca nazionale, mentre sulla cronaca locale in prima pagina il titolo è questo: “Maroni: in Valsusa 1500 pronti a uccidere. Il ministro: sono una nuova versione del terrorismo”.
Ma a Siena oggi (9 luglio) continua la marcia delle “donne del 13 Febbraio”, quelle che chiedono un paese più giusto, a misura della dignità femminile, della dignità di tutti, quelle del "Se non ora quando". Alcune delle promotrici di questi incontri sono giornaliste di queste testate nazionali.
A loro vogliamo chiedere di parlare e impegnarsi anche per la dignità dei loro luoghi di lavoro, affinché l’informazione sia corretta, trasparente. Che vi sia deontologia professionale, onestà intellettuale, dovere di cronaca, servizio al cittadino e alla cittadina, libertà di stampa e, non ultimo, l’articolo 21 della Costituzione italiana “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure … “.
Roberta
Roberta
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giovedì 7 aprile 2011
InGenere
Precarie e precari, protesta in corpo
Un caldo pomeriggio d’ottobre, mentre guardavo tre donne fare irruzione in un grattacielo abbandonato e arrampicarsi fino in cima per esporre al mondo uno striscione che rivendicava i loro diritti, diritti di lavoratrici, ho pensato che la loro presa di parola fosse “violenta” e “pericolosa”. Un mese fa una scena simile: tre uomini che sventolavano le loro bandiere, bandiere di diritti, sopra la gru di un cantiere edile bloccato.
Dopo pochi giorni mi sono ritrovata sul tetto di un mobilificio in fallimento, con decine di donne sedute sul cornicione a “vegliare” sul loro striscione, anch’esso rivendicante, esposte al vento e al freddo di un inverno poco generoso. Mentre le guardavo pensavo che se in passato le rivendicazioni del mondo del lavoro passavano per la rappresentanza, oggi passano dai corpi, spesso corpi di donne.
E non succede solo perché la rappresentanza al lavoro ha perso di senso, c’è di più, qualcosa di più profondo ed inquietante: la solitudine. E’ questa la condizione materiale e simbolica che vivono oggi molte lavoratrici e molti lavoratori, soli nel lavoro, soli nella contrattazione, soli nella rivendicazione. E’ una condizione che la mia generazione ha conosciuto e conosce come esclusiva: per molte e molti il lavoro è sommerso, precario, non garantito, pagato poco, negoziato faccia a faccia con il datore di lavoro, isolato, da casa, con una camera da letto trasformata in ufficio e un pc come finestra sul mondo.
E alla differenza generazionale si aggiunge quella sessuale: donne discriminate, nella precarietà. Le giovani donne, più istruite degli uomini, flessibili, multitasking, portate al lavoro di “cura del prodotto”, responsabili, sono proprio quello che il mercato cerca (basta leggere un qualsiasi annuncio di stage/lavoro), quello stesso mercato che provvede poi, puntualmente, a discriminarle, a pagarle meno, a fargli firmare dimissioni in bianco, a respingerle quando sono in età da maternità.
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Un caldo pomeriggio d’ottobre, mentre guardavo tre donne fare irruzione in un grattacielo abbandonato e arrampicarsi fino in cima per esporre al mondo uno striscione che rivendicava i loro diritti, diritti di lavoratrici, ho pensato che la loro presa di parola fosse “violenta” e “pericolosa”. Un mese fa una scena simile: tre uomini che sventolavano le loro bandiere, bandiere di diritti, sopra la gru di un cantiere edile bloccato.
Dopo pochi giorni mi sono ritrovata sul tetto di un mobilificio in fallimento, con decine di donne sedute sul cornicione a “vegliare” sul loro striscione, anch’esso rivendicante, esposte al vento e al freddo di un inverno poco generoso. Mentre le guardavo pensavo che se in passato le rivendicazioni del mondo del lavoro passavano per la rappresentanza, oggi passano dai corpi, spesso corpi di donne.
E non succede solo perché la rappresentanza al lavoro ha perso di senso, c’è di più, qualcosa di più profondo ed inquietante: la solitudine. E’ questa la condizione materiale e simbolica che vivono oggi molte lavoratrici e molti lavoratori, soli nel lavoro, soli nella contrattazione, soli nella rivendicazione. E’ una condizione che la mia generazione ha conosciuto e conosce come esclusiva: per molte e molti il lavoro è sommerso, precario, non garantito, pagato poco, negoziato faccia a faccia con il datore di lavoro, isolato, da casa, con una camera da letto trasformata in ufficio e un pc come finestra sul mondo.
E alla differenza generazionale si aggiunge quella sessuale: donne discriminate, nella precarietà. Le giovani donne, più istruite degli uomini, flessibili, multitasking, portate al lavoro di “cura del prodotto”, responsabili, sono proprio quello che il mercato cerca (basta leggere un qualsiasi annuncio di stage/lavoro), quello stesso mercato che provvede poi, puntualmente, a discriminarle, a pagarle meno, a fargli firmare dimissioni in bianco, a respingerle quando sono in età da maternità.
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mercoledì 6 aprile 2011
Diversamente occupate su Molecole - idee per agire
Cercasi giovani donne che ripensino il lavoro. Dall'esperienza delle Diversamente occupate alla piazza del 9 aprile.
“Flessibili sì, ma alle nostre condizioni, non a quelle del mercato. Il futuro, per ora, non lo immaginiamo, ne abbiamo una percezione schizofrenica. Esiste uno scarto tra i nostri desideri e l’espressività che il mercato del lavoro ci concede. Ma farci da parte non è la soluzione che vogliamo, perché la sottrazione non è una strategia di libertà. Ripartiamo dalle relazioni tra donne, e non solo nel lavoro. Quello che manca è un sapere minimo diffuso, il fatto che ad una donna, un’altra donna qualsiasi, possa venire in mente che, se vuole, ci sono altre donne con cui entrare in relazione, una dimensione che sia inclusiva, in cui ciascuna possa trovare lo spazio per sé".
Questo scrivevano le “diversamente occupate” (http://diversamenteoccupate.blogspot.com/) all’inizio del loro percorso, di pensiero e pratica politica. Diversamente occupate nasce dall’incontro di alcuni giovani donne, tutte provenienti dall’università ed in particolare dagli studi filosofici, con la redazione della rivista storica femminista dwf (donnawomanfemme). Dopo una lunga riflessione sul rapporto tra donne e lavoro nascono due numeri della rivista dedicati al tema del lavoro: “Diversamente occupate, 1, 2010″ e “Lavoro. Se e solo se, 2, 2010″, il primo dedicato all’esperienza lavorativa a “partire da sè” e il secondo dedicato alla negoziazione con il proprio corpo, con l’altro, con lo spazio pubblico. Da qui è iniziato un percorso di incontri e relazioni con altre donne che hanno arricchito il nostro pensiero politico intorno al lavoro femminile: al pensiero si sono aggiunti strumenti concreti grazie al contributo di giuslavoriste, formatrici e sindacaliste. Il nostro è un collettivo femminista, facciamo pensiero e politica a partire dalle nostre esperienze e dalle relazioni con altre e altri, con uno sguardo particolare al tema del lavoro, ma non solo...“Flessibili sì, ma alle nostre condizioni, non a quelle del mercato. Il futuro, per ora, non lo immaginiamo, ne abbiamo una percezione schizofrenica. Esiste uno scarto tra i nostri desideri e l’espressività che il mercato del lavoro ci concede. Ma farci da parte non è la soluzione che vogliamo, perché la sottrazione non è una strategia di libertà. Ripartiamo dalle relazioni tra donne, e non solo nel lavoro. Quello che manca è un sapere minimo diffuso, il fatto che ad una donna, un’altra donna qualsiasi, possa venire in mente che, se vuole, ci sono altre donne con cui entrare in relazione, una dimensione che sia inclusiva, in cui ciascuna possa trovare lo spazio per sé".
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lunedì 4 aprile 2011
L'Udi fa il punto con ... noi!
Diversamente occupate. Diversamente libere. Diversamente donne e uomini.
Teresa Di Martino e il gruppo “Diversamente occupate ” con una lettera inviata a Pina Nuzzo e a tutte noi ci informano che promuovono una manifestazione il 9 aprile perché, “in quanto giovani donne, vogliamo riprenderci i nostri tempi, tutti: il tempo dello studio, il tempo del lavoro, il tempo dell’amore, il tempo del desiderio, il tempo della maternità, il tempo delle relazioni, il tempo della pratica politica, senza essere costrette a scegliere, senza dover sottostare a ricatti”.
La manifestazione ha come parola d’ordine: Il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta.
Donne e uomini, dunque, la grande risorsa non solo economica del Paese, chiederanno una società più responsabile sul presente e più propositiva per il futuro. Andranno insieme in piazza, perché hanno in comune la precarietà e vogliono condividere anche la rappresentazione politica di tale condizione.
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giovedì 3 marzo 2011
mercoledì 23 febbraio 2011
domenica 21 novembre 2010
Cosa vogliamo?
Vogliamo mettere in rete, e parliamo di una rete di corpi sessuati in presenza, energie e desideri femminili da portare al mercato “se e solo se” vengono riconosciuti, “se e solo se” rispondono al nostro desiderio, “se e solo se” è possibile negoziarne insieme ad altre e altri le condizioni, materiali e simboliche. Vogliamo costruire una rete di saperi e pratiche che a partire dalle condizioni materiali delle donne nel mercato e nei luoghi di lavoro possano dare gli strumenti (teorici ed empirici) alle donne per viverci con agio, per riconoscere potenzialità e limiti delle modalità femminili di lavorare, per vigilare rispetto ai modi in cui le istituzioni si organizzano, per vigilare sul proprio tempo e sul proprio spazio, per impedire che il lavoro ci divori e ci digerisca, per ridare vitalità al nostro desiderio, che non più e non per forza deve realizzarsi nel mercato del lavoro, perché se il mercato, oggi, non ci vuole, la nostra occupazione può continuare ad essere differente (Diversamente occupate), ma se ci vuole, come sembra che sia, deve stare alle nostre condizioni (Lavoro se e solo se).
16 novembre 2010, Università Bicocca
sabato 30 ottobre 2010
Su la testa!
Insieme al quotidiano Liberazione oggi trovate anche Su la testa di ottobre, rivista mensile di Rifondazione comunista, che questo mese ha deciso di darci spazio pubblicando il nostro cv collettivo accompagnato dal dialogo 'Sì...ma il lavoro?'.
Un'altra bella notizia..
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giovedì 21 ottobre 2010
Il posto delle Diversamente Occupate... è in edicola
Con estrema soddisfazione vi comunichiamo che dal 15 ottobre è in distribuzione in edicola e in libreria 'Il posto delle donne', il terzo numero di Alfabeta2 che ospita il manifesto delle Diversamente Occupate, completo di Curriculum collettivo...ormai un cavallo di battaglia.Abbiamo pensato il lavoro a partire da noi e dalle nostre esperienze per interrogarci su cosa della nostra ricerca di senso avesse a che fare con una necessità più ampia di critica dell'esistente, con le condizioni materiali e psicologiche che caratterizzano l'esperienza del lavoro e con l'universo simbolico che le giustifica e le rende possibili. Abbiamo cercato cioè di andare oltre i classici nodi lavoro retribuito-lavoro di cura, tempo di lavoro-tempo di vita, per indagare le condizioni che ci portano a pensare il lavoro come una dimensione imprescindibile della nostra esistenza e determinante nella costituzione della nostra identità...
Buona lettura!
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lunedì 30 agosto 2010
Lavoro. Se e solo se

Torniamo dalle vacanze estive presentandovi il nuovo numero di dwf, ancora dedicato al lavoro, ancora curato da noi.
È accaduto che la vita e il lavoro siano legati in modo inestricabile, siamo lontane da quando si poteva separare tempo di vita e tempo del lavoro. Come già è emerso nel numero scorso – “Diversamente occupate” (1, 2010) – questa radicale trasformazione si offre come un’occasione per trovare e agire un senso nella propria vita, ma comporta anche il rischio che “portare tutto al mercato” si tramuti in un’espropriazione di energie, desideri e progetti. Affinché sia occasione, sono necessarie relazioni tra donne, la messa in rete di energie e desideri e, soprattutto, la determinazione, insieme alla vigilanza rispetto ai modi in cui le istituzioni, gli istituti sociali, la società intera si riorganizzano oggi. In questo numero abbiamo così deciso di indagare il campo delle condizioni che permettono di sciogliere e di governare l'intreccio tra vita e lavoro, e l’impegno, il conflitto, le scelte che comportano.
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mercoledì 30 giugno 2010
Presentazione di Diversamente occupate alle Casa delle donne di Pisa – 12 giugno 2010
Nella piacevole cornice della Casa delle donne di Pisa si è svolta la seconda tappa del nostro percorso di presentazione e discussione del numero Diversamente occupate, insieme a Paola Bora, Sandra Burchi, Riccardo Guidi e Ilaria Possenti dell'Università di Pisa.
Riccardo Guidi ha posto come prima questione la necessità di riconoscere che se l’accesso al lavoro retribuito è stato un terreno importante per l’emancipazione femminile, esso si rivela anche una trappola che cattura la differenza ai fini della produzione, mantenendo il ricorso alle donne per quanto riguarda le mansioni della cura e pretendendo di trasferire quelle stesse attitudini sui contenuti dell’attività lavorativa. D’altra parte secondo Guidi la peculiarità dell’oppressione che sperimentiamo in epoca post-opportunità ha una forte componente generazionale e quindi trasversale rispetto al genere, tanto che secondo lui la divisione uomo-donna è oggi meno forte di altre asimmetrie.
Su questo punto abbiamo discusso il fatto che se da una parte si assiste in effetti, con la femminilizzazione dei modi di produzione, ad una generalizzazione della condizione femminile anche agli uomini, in particolare per quanto riguarda i più giovani, dall’altra l’asimmetria uomo-donna viene confermata in questo nuovo contesto in cui le donne rimangono in alcuni casi al margine (pensiamo all’occupazione nel Meridione) o non valorizzate (differenze di salari) o combattute tra l’impegno lavorativo, sempre più pervasivo, e quello domestico, che di fatto almeno nel nostro Paese continua ad essere assolto prevalentemente dalle donne.
Guidi ha poi evidenziato la prospettiva espressa nel numero della rivista dal testo di Carmen Leccardi secondo cui le donne possono rappresentare altri, ma resta da chiarire in che senso ciò possa avvenire; noi riteniamo che questa opportunità non debba darsi come un parlare per altri, ma piuttosto come un intreccio di relazioni potenziate dal sapere e dalla pratica politica femminili, che grazie alla loro trasversalità, generazionale, di classe, etnica, incrociano già altre differenze, sono già nelle condizioni di creare nuovi discorsi, azioni, alleanze.
Ilaria Possenti ha rilanciato le questioni sollevate da Riccardo Guidi, riprendendo il numero dedicato al tema del lavoro dalla rivista Genesis, in cui si legge appunto che la frattura generazionale sembra oggi più ampia di quella di genere, e suggerendo che possa trattarsi di una questione di generazione che si capisce meglio mediante una questione genere.
Rispetto a questa interpretazione credo che invece si potrebbe dire che si tratta di una questione di genere che diventa evidente a tutti nel momento in cui si fa generazionale e trasversale, mentre cioè il “biocapitalismo”, per dirlo con l’espressione di Cristina Morini, impone anche agli uomini una condizione storicamente ben nota alle donne.
Ma soprattutto anche Ilaria Possenti sottolinea che la dimensione generazionale del conflitto segnala la necessità di guardare a come viene agito da altre differenze rispetto alla differenza di genere.
Intanto il lavoro delle donne, nella ricerca di autorealizzazione da una parte e di autonomia materiale dall’altra, sta prendendo sempre più la forma di un buco nero in cui buttare le proprie attitudini fino alla trappola della disponibilità permanente.
Un altro aspetto discusso da Ilaria Possenti è il fatto che nel numero sembra ci sia un certo imbarazzo rispetto al termine progetto e che al progetto si preferisca l’immaginazione che sarebbe però meno concreta, meno capace di incidere sulla realtà. L’insofferenza verso questa parola deriva dal fatto che il progetto costituisce la forma prevalente in cui si dà l’esperienza del nostro fare, a partire da quella lavorativa per finire alle implicazioni su altre sfere dell’esistenza, di un fare che però sembra scollegato dai nostri desideri, costituito da una serie di attività e possibili tutti plausibili ma non del tutto scelti, su cui è difficile far presa per costruire vero cambiamento.
Anche il termine precarietà è assente del numero, volutamente inutilizzato perché ci sembra che la precarietà non esaurisca la questione, ma sia piuttosto una forma che potenzia il modello lavorativo che si va imponendo e ne aumenta il potenziale ricattatorio, riducendo al contempo gli spazi di relazione e di azione collettiva (poiché siamo tutte e tutti impegnati nella lotta per farci “confermare”), un meccanismo che enfatizza la nostra vulnerabilità e la contraddizione di barcamenarsi tra la necessità di reinventarsi continuamente per non essere improvvisamente espulse/i, l’impegno assoluto che dedichiamo al lavoro e la sensazione che ne segue di essere indispensabili e allo stesso tempo lo scoprirsi inessenziali quando l’impegno di mesi viene vanificato alla scadenza di un contratto che non sarà rinnovato.
A questo proposito si può dire che il lavoro precario è contesto ideale ma non esclusivo dell’espropriazione dei talenti, delle intelligenze e in generale delle soggettività, se si pensa agli schemi di pressione per l’autosfruttamento sperimentati anche nel contesto di lavori strutturati, continuativi e tutelati da contratti regolari.
Ancora una volta la retorica dell’assunzione di responsabilità e del portare se stessi al mercato si salda con la spinta a competere, per salvarsi, per ottenere riconoscimento o per uno status superiore, che ci tiene ancorati alle regole del sistema.
Ripristinare la solidarietà al posto della competitività diventa allora precondizione per affrontare la questione del lavoro in un discorso che tenga conto nuovamente del bene comune.
Angela
Riccardo Guidi ha posto come prima questione la necessità di riconoscere che se l’accesso al lavoro retribuito è stato un terreno importante per l’emancipazione femminile, esso si rivela anche una trappola che cattura la differenza ai fini della produzione, mantenendo il ricorso alle donne per quanto riguarda le mansioni della cura e pretendendo di trasferire quelle stesse attitudini sui contenuti dell’attività lavorativa. D’altra parte secondo Guidi la peculiarità dell’oppressione che sperimentiamo in epoca post-opportunità ha una forte componente generazionale e quindi trasversale rispetto al genere, tanto che secondo lui la divisione uomo-donna è oggi meno forte di altre asimmetrie.
Su questo punto abbiamo discusso il fatto che se da una parte si assiste in effetti, con la femminilizzazione dei modi di produzione, ad una generalizzazione della condizione femminile anche agli uomini, in particolare per quanto riguarda i più giovani, dall’altra l’asimmetria uomo-donna viene confermata in questo nuovo contesto in cui le donne rimangono in alcuni casi al margine (pensiamo all’occupazione nel Meridione) o non valorizzate (differenze di salari) o combattute tra l’impegno lavorativo, sempre più pervasivo, e quello domestico, che di fatto almeno nel nostro Paese continua ad essere assolto prevalentemente dalle donne.
Guidi ha poi evidenziato la prospettiva espressa nel numero della rivista dal testo di Carmen Leccardi secondo cui le donne possono rappresentare altri, ma resta da chiarire in che senso ciò possa avvenire; noi riteniamo che questa opportunità non debba darsi come un parlare per altri, ma piuttosto come un intreccio di relazioni potenziate dal sapere e dalla pratica politica femminili, che grazie alla loro trasversalità, generazionale, di classe, etnica, incrociano già altre differenze, sono già nelle condizioni di creare nuovi discorsi, azioni, alleanze.
Ilaria Possenti ha rilanciato le questioni sollevate da Riccardo Guidi, riprendendo il numero dedicato al tema del lavoro dalla rivista Genesis, in cui si legge appunto che la frattura generazionale sembra oggi più ampia di quella di genere, e suggerendo che possa trattarsi di una questione di generazione che si capisce meglio mediante una questione genere.
Rispetto a questa interpretazione credo che invece si potrebbe dire che si tratta di una questione di genere che diventa evidente a tutti nel momento in cui si fa generazionale e trasversale, mentre cioè il “biocapitalismo”, per dirlo con l’espressione di Cristina Morini, impone anche agli uomini una condizione storicamente ben nota alle donne.
Ma soprattutto anche Ilaria Possenti sottolinea che la dimensione generazionale del conflitto segnala la necessità di guardare a come viene agito da altre differenze rispetto alla differenza di genere.
Intanto il lavoro delle donne, nella ricerca di autorealizzazione da una parte e di autonomia materiale dall’altra, sta prendendo sempre più la forma di un buco nero in cui buttare le proprie attitudini fino alla trappola della disponibilità permanente.
Un altro aspetto discusso da Ilaria Possenti è il fatto che nel numero sembra ci sia un certo imbarazzo rispetto al termine progetto e che al progetto si preferisca l’immaginazione che sarebbe però meno concreta, meno capace di incidere sulla realtà. L’insofferenza verso questa parola deriva dal fatto che il progetto costituisce la forma prevalente in cui si dà l’esperienza del nostro fare, a partire da quella lavorativa per finire alle implicazioni su altre sfere dell’esistenza, di un fare che però sembra scollegato dai nostri desideri, costituito da una serie di attività e possibili tutti plausibili ma non del tutto scelti, su cui è difficile far presa per costruire vero cambiamento.
Anche il termine precarietà è assente del numero, volutamente inutilizzato perché ci sembra che la precarietà non esaurisca la questione, ma sia piuttosto una forma che potenzia il modello lavorativo che si va imponendo e ne aumenta il potenziale ricattatorio, riducendo al contempo gli spazi di relazione e di azione collettiva (poiché siamo tutte e tutti impegnati nella lotta per farci “confermare”), un meccanismo che enfatizza la nostra vulnerabilità e la contraddizione di barcamenarsi tra la necessità di reinventarsi continuamente per non essere improvvisamente espulse/i, l’impegno assoluto che dedichiamo al lavoro e la sensazione che ne segue di essere indispensabili e allo stesso tempo lo scoprirsi inessenziali quando l’impegno di mesi viene vanificato alla scadenza di un contratto che non sarà rinnovato.
A questo proposito si può dire che il lavoro precario è contesto ideale ma non esclusivo dell’espropriazione dei talenti, delle intelligenze e in generale delle soggettività, se si pensa agli schemi di pressione per l’autosfruttamento sperimentati anche nel contesto di lavori strutturati, continuativi e tutelati da contratti regolari.
Ancora una volta la retorica dell’assunzione di responsabilità e del portare se stessi al mercato si salda con la spinta a competere, per salvarsi, per ottenere riconoscimento o per uno status superiore, che ci tiene ancorati alle regole del sistema.
Ripristinare la solidarietà al posto della competitività diventa allora precondizione per affrontare la questione del lavoro in un discorso che tenga conto nuovamente del bene comune.
Angela
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martedì 4 maggio 2010
Giovani, donne, femministe e "diversamente occupate"
di Sandra Burchi
Sono tantissime le giovani donne che prendono parola sui temi della politica e della vita sociale. Basta navigare un po’ in rete per rendersene conto. Sono tantissime anche quelle che si dicono femministe e che fanno di tutto per costruire nessi fra la loro esperienza e quella delle generazioni di donne che le hanno precedute. Sono così tante da far ammutolire chiunque si accontenti delle solite lagne sui giovani, o sulle giovani. Il problema semmai è stare dietro a tutto quello che inventano. La mia esperienza, quando mi intrufolo nelle mailing list di gruppi e collettivi , è che non reggo il ritmo della posta che arriva. Perchè scrivono, scrivono tanto.
[…]
Credo che esistano molti collettivi di giovani donne e femministe che, fanno attivismo nelle loro città e nel cyberspazio. Prima o poi chiederò a qualcuno di aiutarmi a costruire una mappa di queste esperienze, ma forse c’è già.
C'è un gruppo di giovani che conosco bene e che ho visto all’opera.
Sono tutte filosofe, giovani filosofe, prese (ma non perse) fra mille lavori e desiderose di fare politica. Sono legate a DWF donnawomenfemme, una rivista femminista in stampa dal 1975 ( per saperne di più c’è il sito www.dwf.it), che intelligentemente si è aperta al confronto e al contributo di donne più giovani. E’ così che Teresa, Claudia, Antonella, Angela, Federica ed Eleonora hanno colto l’occasione di incontrarsi, discutere e scrivere a partire da sé, elaborando la propria esperienza e confrontandosi con altre donne attive già da anni nel movimento e nella redazione della rivista. L’ultimo numero di DWF è nato così ed è interamente dedicato al lavoro e si intitola “diversamente occupate”…
Leggi tutto
Sono tantissime le giovani donne che prendono parola sui temi della politica e della vita sociale. Basta navigare un po’ in rete per rendersene conto. Sono tantissime anche quelle che si dicono femministe e che fanno di tutto per costruire nessi fra la loro esperienza e quella delle generazioni di donne che le hanno precedute. Sono così tante da far ammutolire chiunque si accontenti delle solite lagne sui giovani, o sulle giovani. Il problema semmai è stare dietro a tutto quello che inventano. La mia esperienza, quando mi intrufolo nelle mailing list di gruppi e collettivi , è che non reggo il ritmo della posta che arriva. Perchè scrivono, scrivono tanto.
[…]
Credo che esistano molti collettivi di giovani donne e femministe che, fanno attivismo nelle loro città e nel cyberspazio. Prima o poi chiederò a qualcuno di aiutarmi a costruire una mappa di queste esperienze, ma forse c’è già.
C'è un gruppo di giovani che conosco bene e che ho visto all’opera.
Sono tutte filosofe, giovani filosofe, prese (ma non perse) fra mille lavori e desiderose di fare politica. Sono legate a DWF donnawomenfemme, una rivista femminista in stampa dal 1975 ( per saperne di più c’è il sito www.dwf.it), che intelligentemente si è aperta al confronto e al contributo di donne più giovani. E’ così che Teresa, Claudia, Antonella, Angela, Federica ed Eleonora hanno colto l’occasione di incontrarsi, discutere e scrivere a partire da sé, elaborando la propria esperienza e confrontandosi con altre donne attive già da anni nel movimento e nella redazione della rivista. L’ultimo numero di DWF è nato così ed è interamente dedicato al lavoro e si intitola “diversamente occupate”…
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