Dieci proposte, risposte concrete, costruite attorno ad esperienze, desideri e volontà di diverse generazioni costrette a (non) vivere un mondo del lavoro profondamente precario ed un sistema sociale latitante.
Uno dei punti del decalogo, quello a noi più caro, è:
MATERNITÀ E PATERNITÀ. DIRITTI UNIVERSALI
Non è un paese per madri quello che abitiamo. Né per padri. Sembra essere solo un paese per figli. Figli precari di genitori vecchi che con i loro risparmi tappano i buchi di un welfare che non c'è. Non c'è neanche per chi vuole diventare madre e non ha un contratto di lavoro che le garantisca un sostegno in caso di gravidanza. Non c'è per i padri con contratti precari che vogliano dedicare del tempo ai loro figli.
Vogliamo che la maternità diventi un diritto universale che prescinde dal contratto di lavoro e che si tramuti in sostegno al reddito e servizi. Vogliamo che la maternità sia sostenuta per tutte: chi lavora, chi non lavora, chi sceglie di non lavorare. E anche la paternità.
Vogliamo che le donne che scelgono di diventare madri non vivano nel ricatto: dimissioni in bianco, contratti non rinnovati e interruzioni del rapporto di lavoro mettono le donne di fronte all’aut-aut vita-lavoro. Vogliamo che le donne e gli uomini che desiderano avere figli lo possano fare liberamente, anche se non hanno un lavoro, anche se non hanno un reddito.
Questa, anche nel nostro Paese, è DISCRIMINAZIONE!
E quando si manifesta in ingresso o in uscita al mercato del lavoro ci pone nella condizione di essere il Paese europeo con un tasso di inattività femminile allarmante: 48,9% a settembre 2011 contro il 26,9% maschile (dati Istat). Questo vuol dire che quasi una donna su due non rientra né nella fascia delle occupate né in quella delle disoccupate perché non lavora né è in cerca di un posto. Troppe sono le donne che si ritrovano a dover rinunciare al lavoro per mettere su famiglia. Troppe quelle donne che rinunciano al proprio lavoro perché pagare l’asilo nido privato o la babysitter equivale a guadagnare zero. Ancora troppe quelle donne che si vedono costrette a firmare le dimissioni in bianco.
La maternità e la paternità devono diventare diritti universali, che prescindono dal contratto di lavoro.
Noi chiediamo che:
- venga reintrodotta la legge 188 del 17 ottobre 2007 contro le dimissioni in bianco, votata all’unanimità alla Camera, che il governo Berlusconi ha abrogato nel giugno 2008. La legge aveva una funzione preventiva: le dimissioni volontarie, per qualunque tipologia di rapporto di lavoro, dovevano essere date esclusivamente su moduli numerati progressivamente. Avendo una scadenza di quindici giorni, i moduli non potevano essere compilati prima del loro utilizzo.
- sia rispettata la direttiva europea 96/34/CE che impone agli Stati membri e/o alle parti sociali di prendere le misure necessarie per proteggere i lavoratori dal licenziamento causato dalla domanda o dalla fruizione del congedo parentale.
- siano giustificate e vigilate le rescissioni di contratto e/o i non rinnovi di contratto per le lavoratrici con figli piccoli; che siano sanzionati i datori di lavoro.
- siano estesi a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori, a prescindere dal contratto di lavoro, le disposizioni sul “congedo di maternità” (astensione obbligatoria dal lavoro per la lavoratrice), sul “congedo di paternità” (astensione del lavoratore dal lavoro in alternativa al congedo di maternità) e sui “congedi parentali” (astensione facoltativa della lavoratrice o del lavoratore) per il sostegno della maternità e della paternità previste dalla legge n. 53 dell’8 marzo 2000.
- Per le lavoratrici autonome e parasubordinate deve essere previsto un diverso calcolo dell'indennità di maternità erogata dall'INPS che attualmente è molto penalizzante poiché si basa sull'80% di una media dei compensi ricevuti nell'arco di un anno divisi per 12 mesi, inclusi anche i periodi di non lavoro. Inoltre l'indennità di maternità deve essere come per i dipendenti erogata mensilmente e non alla fine del periodo di astensione.
- Vanno adeguate le normative sull'astensione facoltativa: le lavoratrici parasubordinate possono oggi usufruire dell'indennità per l'astensione facoltativa (successivamente ai 5 mesi di astensione obbligatoria). Allo stesso tempo però non è previsto il diritto a sospendere il contratto per i mesi di astensione facoltativa e la lavoratrice rischia di vedersi rescisso il contratto di lavoro.
- Oltre alla garanzia dell'indennità prevista per le lavoratrici madri iscritte all'INPS, deve essere introdotto un assegno di maternità universale, ossia importo da corrispondersi per cinque mesi a tutte le madri, indipendentemente dal fatto che siano dipendenti o autonome, stabili o precarie, che lavorino o non lavorino ancora.
- Bisogna infine intervenire a sostegno delle dipendenti a tempo determinato degli enti pubblici che spesso sono pagate con progetti esterni e vengono ingiustamente caricate dell'onere di reperire i fondi necessari per far pagare all'Ente l'indennità di maternità (infatti per gli enti pubblici non è previsto il rimborso dell'INPS).
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