La precarietà si può combattere!
La precarietà non è un destino, né un dato immodificabile a causa di oscure leggi di mercato. Per questo possiamo liberarcene! La precarietà è il frutto di scelte (e non scelte) politiche. E' un problema di felicità e di libertà negate, di diritti, di continuità di lavoro e di reddito, è un problema di opportunità e di competenze sprecate. E' un problema di soldi, di previdenza e di tempo rubato. E' la difficoltà a vivere il presente, ad avere una casa, a immaginare il futuro. E’ la paura di invecchiare in miseria.
Emblema della crisi.
Proprio la precarietà è il filo rosso che lega il modello economico che ha prodotto la crisi e le politiche di austerity invocate per contrastarla. E' il terreno su cui questo modello di sviluppo ha mostrato il suo volto più feroce: lo smantellamento del welfare, l'instabilità del lavoro e la negazione dei diritti sono la bandiera di un sistema che mette in secondo piano le persone - i loro bisogni e i loro desideri – rispetto ai privilegi e alle rendite di pochi. La crisi nel nostro paese ha il volto della generazione precaria, del 30% dei giovani italiani senza lavoro, sotto il ricatto dell’incertezza e del lavoro nero, a carico di famiglie sempre più povere. Ha il volto delle studentesse e degli studenti a cui viene, di fatto, negato l'accesso a una conoscenza sempre più costosa e sempre meno valorizzata. E' in questo ricatto che si manifesta la distanza abissale tra l’economia globalizzata e la nostra vita quotidiana, nel senso d'impotenza rispetto alla possibilità di decidere delle nostre esistenze.
E non è più un problema solo generazionale. L’acuirsi della crisi e l’incapacità politica di contrastarne gli effetti stanno estendendo a tutti il modello di precarietà, di lavoro e di vita, che fino ad oggi ha gravato soprattutto sulle nuove generazioni, per questo non cadiamo nella trappola di chi vorrebbe vederci in lotta con i nostri genitori in una contrapposizione tra “garantiti e non garantiti” che non ha, oggi più che mai, ragione di essere. In Italia, come in Europa.
Riprenderci la vita.
Vogliamo riprenderci la nostra vita. E vogliamo farlo adesso. Vogliamo liberarci della precarietà, che significa, prima di tutto, affermare il valore delle nostre competenze e del nostro lavoro. Un lavoro che corrisponda alle nostre aspirazioni, che ci dia gli strumenti per realizzare i nostri progetti di vita, affettivi e professionali. Vogliamo vedere nel pubblico impiego una risorsa e non un altro attore della precarizzazione, e nel mercato un’espressione della società e non la società stessa. Vogliamo contratti di lavoro stabili per lavori stabili, vogliamo una continuità di reddito per affrontare la vita quando il lavoro è discontinuo, un reddito minimo, fatto di sussidi e servizi, per garantire la dignità della vita e del lavoro com'è in tutti i paesi europei (e come definito nella risoluzione europea 2010/2039), vogliamo una casa, vogliamo poter scegliere di essere madri e padri. Vogliamo liberarci dal ricatto di un lavoro senza diritti né protezioni. Vogliamo che tutti possano studiare e formarsi a prescindere dal reddito. Vogliamo un paese che ci somigli di più, che creda nella qualità dello sviluppo e che faccia della conoscenza uno degli elementi fondanti e includenti di questa democrazia. Possiamo vincere, ma solo insieme. Il nostro riscatto non può che essere collettivo.




Rifiutano di essere classificati tra gli evasori fiscali, chiedono tutele per la malattia, la disoccupazione e la maternità per i lavoratori autonomi senza ordine professionale.
Vivono nel paradosso di un'economia postfordista che si regge sul lavoro della conoscenza, sebbene la loro professionalità venga riconosciuta sempre meno.
Sono il lavoro intellettuale, relazionale, di cura che produce valore nell'economia dei servizi alla conoscenza, all'impresa, alla persona.
Sono il quinto stato dei lavoratori della conoscenza, consulenti, traduttori, informatici, ricercatori, architetti,designer, formatori, pubblicitari, archeologi, e tutti quei precari, creativi e non creativi, che saranno presto la maggioranza della forza lavoro italiana.
Il Cnel dice che sono 3,7 milioni quelli che non hanno un lavoro stabile e svolgono un'attività professionale. Domani saranno ancora di più. Lavorano con la partita Iva, a contratto, a progetto.
Invisibili, anche perché diffidano della rappresentanza, hanno però deciso di reagire contro la tendenza al ribasso in cui ogni risorsa intellettuale è intercambiabile e per questo viene dequalificata e precarizzata.
Questo è il nostro Primo Maggio.