venerdì 8 marzo 2013

Prove aperte # 1



Volevamo parlare della piazza. Ci sembrava fosse un’urgenza dei nostri corpi e della situazione politica che si agitava attorno a noi. Ma quando abbiano provato, ci siano rese conto che prima di tutto abbiamo bisogno di pratiche radicate nelle nostre singolari esistenze. Il salto sulla piazza, o sulla dimensione allargata, per pensarne e poter dire della sua problematicità, è troppo lungo se prima non ci posizioniamo su qualcosa di nostro, in una dimensione più stretta.
Per arrivare a questa consapevolezza abbiamo passato al vaglio il possibile. Per capire qual era davvero la direzione da prendere. Ci siamo impelagate in una lista di cose da fare e da pensare. È quell’affanno di quando si muove qualcosa e si fanno dei tentativi per aiutarla a venir fuori. Tra il caos e la messa in ordine, ci siamo perse per strada il pensiero in presenza, ma non il desiderio, né la certezza che questo è uno spazio fecondo in cui farlo attecchire.
Ripartiamo da noi. Quando è nato il collettivo ci vedevamo una volta al mese, ora una a settimana (mercoledì) non basta per tutto quello che ci vorremmo mettere dentro! Direte: bello! certo, ma questo ci porta a una riflessione più ampia su quanto tempo ci richiede la politica, tra noi e con altre.
La questione dei tempi non si può più rimandare: dov’è, in tutto quello che faccio, il tempo per me? È la domanda che ci siamo poste. E poi abbiamo pensato alle pratiche del teatro, a quella bella pratica di tenere aperte le prove degli spettacoli, alla possibilità di far vedere a chi vuole come si costruisce uno spettacolo, giorno dopo giorno, passo dopo passo, prova dopo prova.
Ecco il senso di questi post. Sono delle prove aperte, per chi vuole.


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